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mercoledì 28 dicembre 2011

I Fighetti di Tahrir: Protesto, dunque sono.

So di essere ripetitivo. Ma questi articoli finiscono in rete ed è importante che chi capita da queste parti sia informato anche dei pregressi.

Si ricorderanno infatti, i lettori di questo blog, le mie invettive contro "I fighetti di Tahrir" barricati nelle loro torri d'avorio virtuali, i ripetuti inviti che rivolsi loro - già nei primi giorni di agitazione nell'omonima piazza - ad organizzarsi politicamente, a prestare attenzione ai veri bisogni degli egiziani, a non sottovalutare i danni economici e a non liquidare i movimenti islamisti e in particolare i salafiti come minoritari e ininfluenti.

Parole e tempo sprecato. L'altro giorno Sandmonkey, al secolo Mahmud Salem, uno dei bloggers più seguiti nella blogosfera fighetta cairota e internazionale, snocciolava un meaculpa che in parte sembrava copiato tale e quale dal blog del sottoscritto (anche se su molti punti continua ad essere miope esattamente come prima: ne riparleremo. Lorenzo Declich ne propone una traduzione integrale qui).

Pochi giorni fa, Stevan A. Cook ha elencato
su Foreign Policy le colpe di tutti i protagonisti di questa stagione egiziana. Ho tradotto il paragrafo relativo ai "Fighetti di Tahrir", poiché mi è sembrato esemplificativo delle critiche che rivolgevo loro ancor prima delle dimissioni di Mubarak. "Professionalmente" parlando, è piacevole vedere pubblicato su Foreign Policy cose che qui si scrivevano con mesi d'anticipo mentre alcuni etichettavano il sottoscritto come "mubarakiano" e "vecchietto conservatore". Come egiziano, però, la mia delusione e preoccupazione per ciò che sta accadendo nel mio paese d'origine è totale.

Anche i rivoluzionari hanno molte colpe di cui rispondere.
Assieme a tutta la creatività e l'energia che ha portato alla caduta di Mubarak e che ora confluisce in piani per la trasformazione della società egiziana, c'è stato anche molto narcisismo e una contemplazione del proprio "ombelico rivoluzionario". Gli istigatori della caduta di Mubarak sono sembrati molto più concentrati a dar lustro alle loro credenziali rivoluzionarie su Twitter e Facebook - che non sono accessibili alla stragrande maggioranza degli egiziani - piuttosto che intraprendere il duro lavoro di organizzazione politica. Per mesi, i rivoluzionari hanno ampiamente respinto il processo politico che ha avuto inizio dopo la cacciata di Mubarak.

Dopo essere stati sconfitti nel referendum costituzionale il 19 marzo, molti si sono sintonizzati su ciò che stava accadendo fuori e hanno iniziato a cercare dei modi per riconquistare quella luce imprigionata che è stata il 25 gennaio.
Ma in gran parte non ci sono riusciti. I 17 "venerdì di..." della primavera e dell'estate sono stati espressione di meno obiettivi politici di
un "Protesto, dunque sono". Si sono conclusi con due settimane di sit-in in piazza Tahrir, che - poiché hanno portato il Cairo a fermarsi degenerando in un carnevale di autocompiacimento piuttosto che in una dichiarazione politica seria - hanno danneggiato molto i rivoluzionari agli occhi degli egiziani simpatizzanti.

Per tutta la primavera e l'estate, mentre i rivoluzionari si stavano immaginando come una rivoluzione permanente contro i militari, gli odiati felul ("residui" del vecchio regime) o chiunque osasse essere in disaccordo con loro, i Fratelli Musulmani stavano lavorando duramente,
sfruttando la più grande opportunità politica che si sia mai presentata da quando un insegnante di nome Hassan al-Banna ha fondato il gruppo nel dicembre 1928.

Se i rivoluzionari ei loro sostenitori sono rimasti storditi dal fatto che gli islamisti - sia la Fratellanza che Salafiti - sono destinati a dominare l'Egitto post-rivolta, devono guardare criticamente quello che hanno fatto o non hanno fatto negli ultimi 11 mesi. In effetti la loro capacità di leggere il sentimento pubblico egiziano è carente tanto quanto quella dei militari, e molto più miope.